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Utente: derocco
Nome: Francesco Martone
Senatore - Regione di elezione: Sardegna- con Rifonazione Comunista - Sinistra Europea Capogruppo della 3ª Commissione permanente (Esteri) Contatti: m.tettoni@senato.it Nato il 10 maggio 1961 a Roma - Laureato in diritto internazionale, interprete traduttore. Da 13 anni impegnato nel mondo non-governativo ed ambientalista. Dal 1988 al 1995 ha lavorato per Greenpeace International. Membro della delegazione del governo italiano alla Conferenza di Rio 1992, imbarcato varie volte sulle navi di Greenpeace, nel Mediterraneo ed in Siberia. Ha collaborato con la Campagna Nord-Sud, Sopravvivenza dei Popoli, Biosfera, Debito, socio fondatore di una associazione ambientalista internazionale che lavora sulle foreste tropicali. Per tre anni Presidente di Greenpeace Italia, ha fondato nel 1995 e coordinato per 6 anni la Campagna per la Riforma della Banca mondiale. E' stato membro del comitato scientifico della Campagna "Sdebitarsi", e promotore della rete di Lilliput. E' membro del consiglio editoriale di Aprile e della giunta direttiva di MegaChip

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venerdì, 29 febbraio 2008

La Sinistra ed il mondo, verso un nuovo paradigma?

di Francesco Martone - pubblicato su Carta, 29 febbraio 2008

Tra le varie cose che la Sinistra in Italia ha appreso dal movimento altermondialista ed ecopacifista una è che il proprio agire, il pensiero, e la cultura politica non sono tali se non si aprono all’esterno degli angusti confini nazionali. Per questo oggi, nei prossimi giorni, e settimane, in futuro, dovremo aver il coraggio di osare, di portare nel lessico politico quotidiano ideali alti che ci accomunano, e che ispirano le lotte e scaldano i cuori di coloro che da tempo sono in cammino ed esigono giustamente dalla Sinistra (oggi Arcobaleno) un segnale chiaro, di cambio di passo, di cultura e pratica politica. ;

Lo potremo fare solo spalancando le nostre porte e le nostre finestre, guardando oltre, al mondo, ai mondi , alle culture che oggi si mescolano, si intrecciano, e costruiscono società e percorsi di resistenza. Giacché a fronte di questioni globali, interconnesse, quali la sicurezza, i mutamenti climatici, l’esclusione sociale, il commercio e lo sviluppo, sarà necessario articolare un percorso tutto nuovo che faccia tesoro delle contaminazioni già avvenute tra vari soggetti politici ed attori sociali. Sarà necessario un passo in avanti a livello culturale e programmatico, in grado di sviluppare ed articolare il carattere ormai "glocal" della nostra azione, per costruire una dimensione ed una pratica politica cosmopolita. Un compito grande ma ineludibile, che ci deve portare a superare categorie antiche, quali l’antimperialismo, il terzomondismo o l’antiliberismo, per costruire le basi politiche e concettuali di un nuovo sguardo sul mondo, di una nuova politica internazionale, nella quale la dimensione locale e quella globale si fondono e si alimentano reciprocamente.

La costruzione di un nuovo paradigma (perché è di questo che si sente l’urgenza) necessita di alcuni chiarimenti su una serie di elementi fondanti, su ciò che si intende per governo globale, ("governance"), su come rielaborare i concetti di sovranità, sviluppo e sicurezza.

In primo luogo va sottolineata la fine del monopolio della politica estera da parte degli stati. Da anni il concetto di politica estera, in quanto espressione della sovranità statuale, è andato svanendo di fronte all’emergere della complessa rete di istituzioni sovranazionali alle quali gli stati hanno di volta in volta delegato parti consistenti della loro sovranità. Questo è stato senz’altro un processo positivo che ha portato alla costruzione di un assetto multilaterale della "governance" globale ed al rafforzamento di organismi internazionali dedicati al perseguimento dei beni pubblici globali, in primis il sistema delle Nazioni Unite.

Un processo parallelo di "assottigliamento" progressivo di sovranità (in questo caso però con valenza prevalentemente negativa) è avvenuto però in seguito alla spinta di altre forze, economiche e finanziarie che, in nome di un modello economico e culturale neoliberista, hanno sferrato un attacco ad alcune prerogative proprie degli Stati , quelle relative alle politiche sociali, alla regolamentazione e controllo pubblico dell’economia, in nome della privatizzazione e liberalizzazione.

Il problema di fondo è che se da una parte il modello liberista nonostante la sua manifesta obsolescenza continua a rappresentare l’orizzonte dei paradigmi dominanti di sviluppo, dall’altra il multilateralismo delle Nazioni Unite, ha sofferto e soffre una crisi di legittimità e profilo politico senza precedenti.

L’indebolimento progressivo del sistema delle Nazioni Unite ha provocato infatti l’apertura di spazi, spesso riempiti da altre istituzioni in cerca di una missione, dapprima la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario, poi l’Organizzazione Mondiale del Commercio ed ora la NATO.

Queste spinte di "svuotamento"- dapprima della sovranità statuale e poi del mandato delle istituzioni multilaterali (Onu in primis) - sono state a dire il vero controbilanciate da processi virtuosi, i cui luoghi non sono esclusivamente gli stati o le istituzioni multilaterali. Sono processi che si sviluppano in quelli che Saskia Sassen chiama "terzi spazi", quelli dell’incontro delle reti informali, locali e globali, di cittadini ed organizzazioni, di movimenti ed attori sociali o politici che interagiscono criticamente, o confliggono o collaborano con istituzioni transnazionali e/o con governi più o meno "amici".

Basti pensare alle nuove forme di solidarietà e cooperazione internazionale, laddove si è andata affermando una nuova tipologia di politica estera, virtuosa e praticata anch’essa da entità nonstatuali, fondata su relazioni paritarie tra territori, movimenti sociali, ed organizzazioni sociali, che pone importanti sfide non solo alla cooperazione internazionale degli Stati, ma anche a quella praticata dalle ONG tradizionali.

Per contro la persistenza della cultura e della "Weltanschauung" liberista rappresenta un serio impedimento al dispiegarsi di approcci alternativi, dal punto di vista economico, politico e culturale, con il rischio di mantenere allo stato embrionale esperienze e percorsi di alternativa già in corso, sia a livello locale che nazionale che macroregionale. Basti pensare al laboratorio dell’America Latina.

Chi volesse pertanto cimentarsi nel tentativo di costruire i tasselli di un nuovo paradigma della Sinistra e di un suo sguardo verso il mondo si trova a dover fare i conti con diverse spinte contrapposte. L’una tende a ridurre al massimo il ruolo degli Stati, e le prerogative sovrane e degli stessi, fino a sferrare l’ultimo colpo, attraverso la pratica e la teoria della guerra preventiva con il pretesto dell’intervento umanitario, creando le premesse di un sistema di apartheid globale dove pochi stati più forti militarmente possono decidere le sorti di altri stati.

L’altra invece prova pazientemente a costruire relazioni "altre" tra i popoli, che non siano sempre ed esclusivamente soluzioni "tampone" a situazioni di emergenza (povertà estrema, ricostruzione post-conflitto, o emergenze ambientali o naturali), ma che invece gettino le basi per una pluralità di modelli transnazionali di rapporti solidali e di diplomazia preventiva, e che riconosca la centralità di un sistema di governance globale (multilaterale o multipolare che sia) ma anche e sopratutto diffusa. In questo processo viene recuperato un senso ed un criterio di sovranità, non identitario o chiuso verso il mondo, ma solidale, partecipato, nel quale la sfera pubblica non è esclusivamente statuale, ma ibrida, fatta di altri soggetti sociali ed informali che oggi producono cultura e pratiche alternative.

In secondo luogo sarà necessario interrogarsi su quali siano le vere sfide globali che la politica internazionale deve poter affrontare, prima fra tutti quella della relazione intrinseca tra modello dominante di sviluppo e sicurezza.

Secondo il rapporto Sustainable Security for the XXI Century dell'Oxford Research Group, la competizione su risorse naturali scarse, quali il petrolio sarà una delle cause di futuri confitti insieme alla corsa agli armamenti nucleari, i mutamenti climatici e la marginalità sociale causata dalle politiche neoliberiste. Non è quindi il terrorismo a minacciare la sicurezza globale, anzi, l’eccessiva enfasi del mondo "occidentale" sulla guerra al terrorismo ha distolto l’attenzione e le già scarse risorse finanziarie da una cultura della prevenzione.

La questione ambientale diventa così paradigmatica della nuova politica cosmopolita, a condizione però che includa un nuovo elemento, quello dell’equità transnazionale ed intergenerazionale, in altre parole della giustizia ecologica. Come dice il Wuppertal Institute nel suo rapporto "Per un futuro equo, conflitti sulle risorse e giustizia globale" : "la prima giustizia ecologica riguarda la biosfera, la seconda, intergenerazionale focalizza l’attenzione sul rapporto tra chi vive adesso e le generazioni future. Estende il principio dell’equità sull’asse temporale. Ciononostante, questi concetti mostrano una lacuna, non prendono in considerazione le istituzioni create dagli uomini e le loro interrelazioni. E’ quindi urgente mettere in discussione il modello di benessere della modernità industriale".

Per questa ragione , la nostra sfida, quella della Sinistra Arcobaleno, non potrà che essere quella di costruire proposte politiche che facciano tesoro della fine del globalismo, e del progetto di globalizzazione neoliberale, che non siano esclusivamente fondate sulla resistenza, ma che creino o diffondano modelli economici, di scambio commerciale e produttivi basati sull’equità, la sobrietà, ed un rapporto leggero con le risorse.

Altro discorso va fatto circa il paradigma dominante della sicurezza ed il necessario rilancio di politiche di disarmo convenzionale e nucleare. Uno dei principali impedimenti all’urgente salto di qualità nella rielaborazione del concetto e della pratica di sicurezza, e delle relazioni tra popoli e stati, è dato dalla pervasività della cultura della guerra, di quella delle armi, e della convinzione che l’industria militare possa agire da volano per il rilancio produttivo dell’economia.

E’ necessario comprendere meglio questo snodo, avere chiaro come l’industria militare e della difesa nel nostro paese costruisce consenso, non solo per le politiche industriali, ma anche su un modello di sicurezza e di politica internazionale che chiude la strada ad elaborazioni alternative. Allora la questione dell’opposizione alle spese militari riguarda anche le politiche industriali, ci deve interrogare sul come queste si rapportano con una politica capace di futuro per il nostro paese e per il resto del mondo. e sul come uscire dal dilemma posti di lavoro-produzione militare-riconversione.

Molto si dovrà ancora lavorare su questo punto e sulle altre questioni cruciali per costruire una politica di costruzione attiva della pace, su ciò si è provato anche con difficoltà a costruire con il movimento pacifista.

Soggetti che chiedono alla politica non di adottare semplicemente la loro causa, magari in una lunga lista delle spesa contenuta in un programma elettorale, ma di farne l’orizzonte concreto di un progetto politico e di società, coniugando la costruzione attiva della pace con nuove forme di cooperazione e solidarietà internazionale, sfidando e contrastando il modello neoliberista per costruire un’economia sobria ed equa.

Movimenti che costruiscono spazi politici comuni di resistenza e di pratiche alternative, e ci ricordano che un progetto politico di sinistra non può prescindere dall’Europa, ma anche dal riconoscimento del debito ecologico e sociale che abbiamo accumulato nei confronti del resto del mondo, attraverso il nostro consumo sfrenato di risorse, preziose ed oggi scarse, a costo di produrre violazioni dei diritti umani, distruzione ambientale e nuove guerre.

Per queste ragioni la costruzione di un paradigma "glocale" che ispiri un progetto politico di sinistra cosmopolita, ecopacifista e postliberista, oggi non può prescindere dal mettere al centro la cooperazione tra popoli, tra comunità, l’apertura di spazi politici comuni, e la costruzione di reti ed alleanze con coloro che altrove sono impegnati non solo nella stessa ricerca, ma anche nella costruzione di modelli di produzione, e gestione dei beni comuni, e della cosa pubblica autenticamente partecipativi, socialmente giusti ed ecologicamente sani.

Significa sviluppare la nostra capacità di leggere immediatamente dietro ogni nostra decisione, ogni vertenza, ogni proposta e rivendicazione il nesso inscindibile che lega queste ai destini di altre persone, altri popoli, altri ecosistemi. Solo così la Sinistra Arcobaleno potrà essere all’altezza delle sfide globali, per ridare un ampio respiro alla politica e far tesoro delle storie, delle pratiche e delle proposte che da anni ormai si intrecciano con i percorsi tradizionali della politica istituzionale. Il resto rischia di rimanere storia passata.

 


postato da: derocco alle ore 10:00 | link | commenti
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